Il signor Beringer

di Yehuda Amichai

Body Techniques (after Parallel Stress, Dennis Oppenheim,1970) 2007 by Carey Young born 1970

Il signor Beringer, a cui è morto il figlio
sul Canale di Suez, che stranieri
scavarono per far passare le navi nel deserto,
passa con me per la Porta di Giaffa.

È dimagrito molto: ha perso
il peso di suo figlio.
Per questo ora galleggia nei vicoli leggero
e nel mio cuore s’impiglia come i rami
sottili alla deriva.

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Carey Young, Body Techniques 2007

Il canto della durata

di Peter Handke

Blue Spot 1966 by Bernard Cohen born 1933

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Dice di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove, per il diverso tempo del quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo a unirci
dopo esserci uniti
giacendo così per anni
fianco a fianco, il respiro nel respiro
uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.

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Bernard Cohen, Blue Spot 1966

Qualcosa nel buio

di Pierluigi Cappello

Aurora Borealis 1952 by Roberto Crippa 1921-1972

L’altra notte ho messo la faccia nel buio
non c’era che la mia faccia non c’era niente
non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza
animava al soprassalto, neanche il sospetto
di un’assenza concentrata in ombra
c’era solo la pressione del nero sugli occhi
con quella della nuca sul cuscino
e tutto attorno, qualcosa tutto attorno
conteneva quell’oscurità e me.

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Roberto Crippa, Aurora Borealis 1952

Eravamo tutti perdonati

di Patrizia Cavalli

tamburro

Eravamo tutti perdonati.
Perché l’aria ci assorbiva
nella sua temperatura. La testa
piegata di lato, la guancia che tocca
la spalla e quasi l’accarezza. Liscio
il respiro, sollevato volante.
Il cuore pattinava controvento.
Oh varietà! Oh insieme!
Ogni strada è felice
se una pioggietta tiepida
intimidisce la luce
e la costringe a spargersi
senza predilezioni.
Più che perdono. Eravamo accolti.

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Antonio Tamburro, «Camminando sotto la pioggia»

Vent’anni

di Giovanni Petta

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Dove sarà, dove sarà andata
la frenesia, la voglia, il desiderio,
il gusto dello stare e del partire,
il senso del combattere e morire?

Il posto esatto certo che non so
nemmeno come fare per trovarlo
nemmeno accanto so come si fa
a stare, respirare, dondolare

le feste di paese, il rabberciare
parole contro tesi sostenute
bicchieri di incantevoli serate

e il senso del tornare derelitti
mancanze e solitudini grigiaste
da dove si creava gioia pura

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Vincenzo Ucciferri, «See me»

Amo tutto ciò che è stato

di Fernando Pessoa

Sol LeWitt

Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

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Sol LeWitt, «Wall Drawing»

ricordo un pomeriggio primi anni Ottanta

di Carlo di Francescantonio

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ricordo un pomeriggio primi anni Ottanta,
avrò avuto sette, forse otto anni
e mio padre che dice: ci sono tanti
mestieri che potrai fare da grande.
Intanto camminavamo,
l’uno di fianco all’altro,
sulla strada verso casa.
Pensavo ai giocattoli, alle vetrine dove
erano esposti. Per essere contento
ci sarebbero voluti almeno due giocattoli
nuovi al giorno. Questo il metro bambino
della felicità. E mio padre,
con la stazza del marinaio e gli anni
dell’adulto, non considerando i pensieri
che potevano attraversare la testa di
qualunque figlio, continuava:
architetto, magari ingegnere.
Ancora oggi vorrei tornare indietro nel tempo,
rispondere: papà, ma lo sai che per fare
l’architetto o l’ingegnere ci vuole una mente piccola,
tecnica, a forma di cubo?

Il mio sguardo è nitido come un girasole

di Fernando Pessoa

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Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me…
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso ad esso,
perché pensare è non capire…
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma per guardarlo ed essere in armonia con esso…

Io non ho filosofia: ho sensi.
Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è,
ma perché l’amo, e l’amo per questo
perché chi ama non sa mai quello che ama,
né sa perché ama, né cosa sia amare…

Amare è l’eterna innocenza,
e l’unica innocenza è non pensare…