Qualcosa nel buio

di Pierluigi Cappello

Aurora Borealis 1952 by Roberto Crippa 1921-1972

L’altra notte ho messo la faccia nel buio
non c’era che la mia faccia non c’era niente
non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza
animava al soprassalto, neanche il sospetto
di un’assenza concentrata in ombra
c’era solo la pressione del nero sugli occhi
con quella della nuca sul cuscino
e tutto attorno, qualcosa tutto attorno
conteneva quell’oscurità e me.

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Roberto Crippa, Aurora Borealis 1952
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La Cena di Leonardo

di Enzo Mazza

Autumn 1959 by Giuseppe Ajmone 1923-2005

La Cena di Leonardo
– volti e gesti d’un estremo
significato, sbriciolati
nel tempo -, quasi non si vede più.
Anche tu sbianchi, allontanandoti,
e i lineamenti mi sottrai allo sguardo.

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Giuseppe Ajmone, Autumn 1959

Eravamo tutti perdonati

di Patrizia Cavalli

tamburro

Eravamo tutti perdonati.
Perché l’aria ci assorbiva
nella sua temperatura. La testa
piegata di lato, la guancia che tocca
la spalla e quasi l’accarezza. Liscio
il respiro, sollevato volante.
Il cuore pattinava controvento.
Oh varietà! Oh insieme!
Ogni strada è felice
se una pioggietta tiepida
intimidisce la luce
e la costringe a spargersi
senza predilezioni.
Più che perdono. Eravamo accolti.

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Antonio Tamburro, «Camminando sotto la pioggia»

Vent’anni

di Giovanni Petta

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Dove sarà, dove sarà andata
la frenesia, la voglia, il desiderio,
il gusto dello stare e del partire,
il senso del combattere e morire?

Il posto esatto certo che non so
nemmeno come fare per trovarlo
nemmeno accanto so come si fa
a stare, respirare, dondolare

le feste di paese, il rabberciare
parole contro tesi sostenute
bicchieri di incantevoli serate

e il senso del tornare derelitti
mancanze e solitudini grigiaste
da dove si creava gioia pura

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Vincenzo Ucciferri, «See me»

Amo tutto ciò che è stato

di Fernando Pessoa

Sol LeWitt

Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

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Sol LeWitt, «Wall Drawing»

ricordo un pomeriggio primi anni Ottanta

di Carlo di Francescantonio

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ricordo un pomeriggio primi anni Ottanta,
avrò avuto sette, forse otto anni
e mio padre che dice: ci sono tanti
mestieri che potrai fare da grande.
Intanto camminavamo,
l’uno di fianco all’altro,
sulla strada verso casa.
Pensavo ai giocattoli, alle vetrine dove
erano esposti. Per essere contento
ci sarebbero voluti almeno due giocattoli
nuovi al giorno. Questo il metro bambino
della felicità. E mio padre,
con la stazza del marinaio e gli anni
dell’adulto, non considerando i pensieri
che potevano attraversare la testa di
qualunque figlio, continuava:
architetto, magari ingegnere.
Ancora oggi vorrei tornare indietro nel tempo,
rispondere: papà, ma lo sai che per fare
l’architetto o l’ingegnere ci vuole una mente piccola,
tecnica, a forma di cubo?