La Cena di Leonardo

di Enzo Mazza

Autumn 1959 by Giuseppe Ajmone 1923-2005

La Cena di Leonardo
– volti e gesti d’un estremo
significato, sbriciolati
nel tempo -, quasi non si vede più.
Anche tu sbianchi, allontanandoti,
e i lineamenti mi sottrai allo sguardo.

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Giuseppe Ajmone, Autumn 1959
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La morte di Enzo Mazza

enzo-mazza

È morto Enzo Mazza, un poeta che ho sempre tenuto nei pensieri e un uomo che ho sempre sentito accanto.

Tutto ciò che ha scritto dopo la morte di suo figlio Fabio, sedicenne, per un incidente con il motorino, mi ha sempre emozionato; la decisione di trasferirsi in campagna, senza contatti con l’esterno, per dedicarsi al ricordo del figlio e alla cura della donna che con lui condivideva – anzi non divideva niente, ché non era cosa da poter dividere – il dolore della perdita di Fabio.
In lui la poesia mi è sembrata maestosa, perché diventava l’unico strumento utile alla continuazione dell’esistenza.
Perché nessuna religione, nessun miracolo, nessuno strumento di modernissima tecnologia poteva permettere di comunicare con la persona perduta. E la Poesia sì.
Così Fabio è vissuto, dal 1981 ad oggi, nella tenace opera del padre, che non lo ha mollato un attimo. Lo ha tenuto a sé e al mondo senza voltarsi indietro… più forte di Orfeo.
Un abbraccio bellissimo che non ha permesso alcuna dimenticanza. Un abbraccio che ha sconfitto il tempo.
Davvero non so cosa può esserci di più emozionante e umano di tutto questo, di più poetico e bello.
La morte di Enzo Mazza non mi sconvolge. Né mi addolora. Tutto ciò che oggi ho riletto in suo onore, le sue cose, mi dà così tanta forza da non avere paura di niente.
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Scrivo qui, per chi non conoscesse il poeta, le cose che mi hanno emozionato di più oggi… ma tutta la sua opera è densa di una bellezza poetica straordinaria.
da “In fondo al corridoio”
49
Molti, subdolamente, mi consigliano
di non pensare ai morti. Mi vorrebbero
come un tempo, di nuovo, a un tavolo verde, con le mie carte da giocare.
Ed io li guardo in un trasalimento
che non reprimo, stupefatto. Non
pensare ai morti, non
a te che sento vivo, non
tra i morti cancellati, polvere
che non il giallo d’una vecchia
fotografia rivendica. Io
non pensarti, né piangere nell’angolo
dove dormivi, non accarezzare
il tuo cuscino, il plaid,
ciò che è rimasto, il cuoio
della cartella, i libri, l’angelo
sul letto? Molti non conoscono
alcun dolore. – Io muoio,
potrei dir loro ed essi,
io morto, non mi penserebbero.
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da “Poesie per Fabio”
La penombra e i riflessi
XV
Non dimenticherò vicino al letto
la tua bottiglia d’acqua. Voglio ancora
riempirtela, se mai
non fosse ininterrotto il sonno. Vedi
la follia, quasi, che è in agguato dentro
i pensieri d’un padre, come avverto
l’anima tua nel tremolio dell’acqua.
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