Epifania 2019

di Giovanni Petta

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«Che mi porti, che mi dai?»
il fanciullo dal suo letto
sposta cavi e auricolari
per il solito scherzetto
«…non mi alzo…dài, dài, dài»

Ed il babbo, poverino,
con l’aiuto della mamma
la calzetta, dal camino,
– con un cambio di programma –
gli trasporta nel lettino.

Per un attimo il bambino
lascia tablet e cellulare,
ride in faccia al mandarino,
del carbone non sa fare
che buttarlo sul cuscino.

Sposta noci e caramelle
trova il buono eccezionale
per comprar le cose belle
nel negozio più globale
senza veti o sentinelle.

«Anche noi, alla tua età…»
vuole dir la genitrice
«Sì, lo so, me l’hai già detto»
la interrompe – e poi le dice
«Chiudi, chiudi!» – il pargoletto.

Mentre il padre si dimette
e la mamma è un po’ delusa
per le poche cose dette
quell’infante, stanza chiusa,
si rimette le cuffiette.

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24

di Giovanni Petta

tavola vigilia

Tante persone, tante ne vorrei
in una sera senza tempo intorno
e senza niente, niente che distragga
dal cibo, dalle chiacchiere, dal vino

Un’aria attenta, morbida, profumo
di tutto ciò che porto da lontano
e che mi rende ora ciò che sono
in questo ritornare del presente

Persino le persone di un momento
sentite dentro, appena un po’ sfiorate,
a tavola, di fronte oppure accanto,

io le vorrei per chiedere se l’anno
che sta finendo, pigro e un po’ indolente,
è stato bello – e i figli come stanno?

Eleven

di Giovanni Petta

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Piccole piogge attese e, nella terra,
la predisposizione dell’attesa,
il chiudersi sotteso a quella luce
che – basta poco – illumina i colori.

Tu sei l’autunno, rosso e giallo insieme,
che si prepara, vino e poi castagne,
all’esplosione, cuore e leggerezza,
di ciò che arriva presto in primavera.

Ed è nella tensione della voce.
il taglio dei capelli, i messaggini,
persino nei colori degli smalti

e in tutte quelle cose… donne… mamme…
che osservo l’esistenza farsi vera.
È lì la tua bellezza e della vita.

Altrimenti

di Giovanni Petta

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Non avrebbe davvero senso alcuno
questo nostro trascendere occasioni
d’incontro rimandate incontro al tempo
sul nastro scintillante del futuro.

E non avrebbe senso proiettare
su un giorno d’intravista primavera
le gioie più profonde immaginate
a splendere nel grigio del presente.

Io seguo la bellezza e tu il momento
tu cerchi il vento ed io la calma piena.
Se il tempo avesse tempo da prestare
saremmo debitori insuperati

di mesi e settimane da viaggiare
di ore e ore spese a chiacchierare
di anni interi persi a progettare
secoli andati in cerca dell’amore.

Caffè del legionario

di Giovanni Petta

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Piccoli momenti, effervescenze
che delle vite poco ce ne importa…
Gli attori che già muovono le cose
le maschere più vere del reale

Camminare dà ossigeno al respiro
il luccichìo degli occhi esplode atteso
nel buio delle strade di Natale
delle città in provincia. Eppure niente

avviene nel momento o si protrae.
E la tua pelle – gioco divertente –
sa di equilibrio, pace ritrovata.

Il resto è dentro a tutte le parole
e un po’ dentro i silenzi da venire
punti sereni… che non serve dire

Moby ticket

di Giovanni Petta

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Tendine spiaccicate
sull’umido piovuto
del vetro.

Il pomeriggio è vento
che infastidisce il cuore.

L’ambulatorio è acquario
di pesci sconosciuti
e l’infermiera in camice
una balena bianca.

Le diagnosi che nuotano,
le anime distratte
Gozzano, altri pensieri
“Tossisca… cataratte…”

Heathrow

di Giovanni Petta

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La foto tua, con me, che sorridiamo
ho dato in mostra a una delle amiche
con cui a lungo e bene ho chiacchierato
in questa sera obliqua di novembre

Le ho detto: “Forse ora è in areoporto,
che freme di imbarazzo da valigia
o forse è ferma eterna innamorata
di un fatto vero oppure di un ricordo

E io sto qui, la osservo da lontano
senza vedere e senza ostacolare
la forza e l’energia degli anni suoi

Che senso avrebbe stare nel mio tempo
senza capire che niente mai si sposta
dal corso che ha tracciato l’Universo?”