Variazioni su tema di Catullo

di Giovanni Petta

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Di lei io dico cose da non dire
ma senza fare nomi, non lo posso
che non è tempo più d’odio e d’amore
che i legulei hanno affilato l’armi

Duemila e settant’anni son passati
da quando dal dolore e dal godere
venivan fuori fiumi di parole
d’offesa maldicente e adorazione

E ancora adesso corrono le donne
– su bighe d’ostensione del potere –
che poi all’eterno consegnano i poeti

Ancora adesso si erigono le croci
per quelli che non tengono al concreto
immateriali bari di parole

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Satie

di Giovanni Petta

Satie

Rincuora la follia e la tua fine
il gioco estremo del sentirsi solo
il vino e poi gli ombrelli nell’armadio
gli inviti scritti solo per te stesso

In ogni tempo strano della vita
ti trovo dentro, trovo le tue note
l’arrampicarsi strano e inaspettato
di melodie d’incanto e di sorpresa

“Sei come me” ti dico sorridendo
quando m’inoltri lo stupore denso
di cose già sentite e inaspettate

Difficile spiegare quel che dice
la musica piegata dal tuo tempo
dolore ed ironia senza tormento

Brahms in giardino

di Giovanni Petta

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Sentirti salutare le persone
con voce di falsetto senza canto
Lo stare male chiuso negli adagio
che arrivano nel cuore di chi sente

Non senti più la musica, si vede,
non ti colpisce il canto del dolore
ch’è dentro il cuore persino dei tedeschi
l’umanità che illumina i sorrisi

Non splendi più e questo mi addolora
è becera la vita senza luce
E lì brillava Brahms, tra prato e luna

tra mani da toccare, aria d’estate
tra vite da adagiare sulle note
e amori stritolati dalla vita

Nord

di Giovanni Petta

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Rimani ancora, ombra del perdono,
ipotesi di volo abbandonato
pesante come piombo sulla pancia
pensiero che permane e non s’incarna

Sei nuvola lontana che disturba
che sporca il cielo azzurro della vita
ma sei ragione e stimolo al presente
rischiari, sei mattino entusiasmante

Io non ti vedo mai – sembrano anni –
distante come il bianco delle nevi
e fredda come isola d’Islanda

vulcano che s’infuoca e si distrugge
che brucia tutt’intorno e si ritrova
nero e presente, solo nel suo niente

Déjà vu

di Giovanni Petta – foto di Marcella Cicchino

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Quando la notte arriva ed è profonda,
come questa di luglio, calda e strana,
sprofondo anch’io nel buio più silenzioso
ché la città è lontana e non si vede

Dalla distanza di strade veloci
arrivano ronzii come d’insetti
…a quest’altezza non vivono zanzare
ed i fastidi sono sottopelle

È lì che stanno zitti quei momenti
che pungono da dentro, dal passato,
e non c’è unguento pratico di sonno

o insetticida con qualche efficacia.
Le mani, allora, oppongo a quel prurito
ma la carezza è stimolo al ricordo.

Albe di luglio

di Giovanni Petta – foto di Marcella Cicchino

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Non passi più… io me ne rendo conto
e da lontano sento il tuo pensiero
che mi raggiunge spesso e mi cancella
e poi si impone altro da osservare

Così le mie parole sono sole
su fogli senza senso e senza cura
rami caduti, prato del giardino,
senza più vita e senza più destino

Persino nei consigli dei poeti
– quelli che invece possono capire –
il mio lavoro è vile, senza peso

…dovrei esser sepolto nel silenzio.
Ma non è muto questo mio parlare?
C’è suono nell’assenza del sentire?

Deserti casalinghi

di Giovanni Petta

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Chissà perché ma i fiori al tuo balcone
le piante o anche solo i fili d’erba
non riescono all’abbraccio di ringhiera
non tengono l’affaccio di visuale

Io ne dovrei gioire e un po’ ci provo
a dire che la vita è un’altra cosa
– persino quella in specie vegetale –
che sarei io la luce che tu hai spento

Invece il tuo cammino artificiale
di cose finte e finte convinzioni
m’intenerisce e guardo emozionato

i tentativi, la plastica comprata.
Il tempo inaridisce campi e vasi
l’amore non esiste, tutto muore.