Epifania

di Giovanni Petta

fine estate

Quando l’estate torna alla sua fine
come ogni anno – ed io la riconosco –
sento passare di mattina presto,
in corsa o in camminata di salute,

i milanesi che fra qualche giorno
ripartiranno e nel gran deserto
di freddo e vento, bar di lontananza,
mi lasceranno solo nell’inverno.

Pare, ogni volta, tutto già vissuto
e il tempo addosso, livido e pesante,
sembra che sia passato inutilmente.

Nel box ripongo sdraio da giardino
insieme ai tools di materiale estivo
che come me non amano il letargo.

Ludwig II

di Giovanni Petta

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Quanti fuochi lì, sulla collina
ad ordinar le stoppie con la morte
Ombre di netto ad alternar la luce
e piccole faville in lontananza.

È tempo di pesare le parole
che per ognuna c’è una fiamma accesa
ad ogni suono un cuore s’affatica
e alla Tv c’è il gioco del silenzio.

Amo il dolore che mi tiene vivo
indifferenza al mio stesso agire.

 

Piccole rughe

di Giovanni Petta

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Il tempo oggi è stato proprio bello
belle le mani e belle le parole
persino il suono della strada in sottofondo
al passeggiare lento della sera

Piccoli alberghi, caldi, vista mare
d’inverno illuminati dalla luce
obliqua di chi sa aspettare in pace
l’arrivo del momento e la quiete
che segue quel momento e poi lo tace

Campeggi, feste, viaggi da rifare
prove d’ingresso,
città universitarie
tatuaggi floreali e d’amicizia
piercing e ricordi di amici innamorati

Penso che il tempo sarà ancora bello
arriva il sole, scrivo ed è già l’alba
Corrono i treni, intanto, corrono sul mondo
inseguono l’arrivo del domani

Caffè del legionario

di Giovanni Petta

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Piccoli momenti, effervescenze
che delle vite poco ce ne importa…
Gli attori che già muovono le cose
le maschere più vere del reale

Camminare dà ossigeno al respiro
il luccichìo degli occhi esplode atteso
nel buio delle strade di Natale
delle città in provincia. Eppure niente

avviene nel momento o si protrae.
E la tua pelle – gioco divertente –
sa di equilibrio, pace ritrovata.

Il resto è dentro a tutte le parole
e un po’ dentro i silenzi da venire
punti sereni… che non serve dire

Moby ticket

di Giovanni Petta

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Tendine spiaccicate
sull’umido piovuto
del vetro.

Il pomeriggio è vento
che infastidisce il cuore.

L’ambulatorio è acquario
di pesci sconosciuti
e l’infermiera in camice
una balena bianca.

Le diagnosi che nuotano,
le anime distratte
Gozzano, altri pensieri
“Tossisca… cataratte…”

Off

di Giovanni Petta

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Lo sai che non capisco a volte il grido
di ciò che viene fuori da novembre
o dal caffè su un tavolo di legno
da un fiore vero oppure immaginato

che messo là senza che sappia come
s’inorgoglisce e un po’ si spara pose
e poi m’intenerisce e mi emoziona
sapendo io che ora è quasi inverno

e tutto torna e niente torna uguale
Ci sarà neve e primavera ancora
ma i giorni trascurati e rimandati

non torneranno con la stessa luce
Così mi spengo e immagino il giardino
letargo di oleandri e di mimose

Attesa

di Giovanni Petta – Foto di Marcella Cicchino

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Verso di te mi conduce la notte
delle stelle che sembrano vicine
e degli aerei che vanno lontano
nell’alternare la luce e il mistero

Alberi di una pianura vicina
oltre il nero di nuvole lontane
riflessi opachi, lampioni ormai stanchi
abitacoli di uomini soli

Voci e locali, risate distanti
pensieri piegati, vino e respiro
solitudini di musica e case

È la notte dei ricordi ammansiti
dal temporale, dal fumo e dal mare
che parte e ritorna, abbraccia e rifugge

Awakenings

di Giovanni Petta

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La finestra del sempre che ritorna
che non propone mai lo stesso verde
la stagione che cambia e non si muove
tenerezza che torna e si allontana

Eppure c’è un momento che si ferma
come fosse un punto azzurro nel prato
foglia ardita che s’invola nel cielo
si tiene, si sostiene e non ricade

Così i miei risvegli, poca cosa,
abbracci all’universo che mi tiene,
sono energia di piccola speranza

pulviscolo sperduto nello spazio.
Peccato solo tu non sia presente
né oltre l’orizzonte immaginata.

Agosto

di Giovanni Petta

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Nel cappellino nuovo dell’estate
nel vento e dentro il pomeriggio afoso
nel tempo che ormai non mi appartiene
ti muovi come niente fosse stato

Ma qui c’è un canzoniere di dolore
che ferma ogni momento sulla carta
e ogni verso parla di un istante
e ogni istante è denso denso denso

Lo so che come io sto qui a fermare
tu muovi e corri verso un mondo nuovo
io parlo con me stesso dell’amore

tu osservi nel silenzio più crudele
e viaggi nel futuro scintillante
io invece, fermo, luccico nel niente